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L’inclusione nasce dalla comprensione,dall’etica, dalla capacità di amare, non dal pietismo.

In questi giorni stanno scoppiando vari casi di emarginazioni ai danni di autistici nelle scuole d’Italia .
Due su tutti sono; il caso di Giulio,14 anni,uno studente di un istituto di Livorno. La sua classe, una scuola media, è andata in gita ma lui non lo sapeva e quando la mattina il ragazzino è arrivato nell’aula si è trovato solo con il suo insegnante di sostegno.
L’altro caso ,che è finito alla ribalta delle cronache , è quello di Gianna, una ragazza autistica costretta a rinunciare alla gita in Austria perché nessuna compagna ha voluto dormire con lei.
Non voglio entrare nei casi o nelle normative.
Credo che, a prescidere da come si siano svolti i fatti e dal rispetto delle norme, sia mancata la “comprensione”  quella con la C maiuscola, da parte della società , cioè del contesto sociale in cui si sono svolti i fatti.
Sembra che nessuno abbia usato la propria teoria della mente , per mettersi nei panni di Giulio , per comprendere come si sarebbe sentito quando è arrivato nella classe vuota, senza che nessuno lo avesse avvertito. Nessun genitore e nessun insegnante di quella classe ha provato a mettersi nei panni dei genitori di Giulio, che hanno saputo della gita solo il giorno stesso.                                                                                                                             E poi dicono che siano gli autistici ad essere carenti di teoria della mente……
Ve lo dico io come si sono sentiti : mortificati. 
Avviliti, disgustati e delusi.
Certo che per tenere segreta una gita ad una coppia di  genitori, tutta la classe ,insegnanti e genitori, dovevano essere d’accordo nel non avvertire i genitori di Giulio.
Discorso simile possiamo fare per il caso di Gianna, almeno peri suoi compagni ed i loro genitori.
Questi sono solo i casi che finiscono sui media e fanno notizia, ma l’emarginazione avviene tutti i giorni.
Quando si ignora il bambino autistico, quando non lo si invita ad una festa, quando non se ne tiene conto nello scegliere la meta di una gita o nel fare un orario scolastico. 
Perché ignorare è emarginare, non si deve arrivare al bullismo, basta ignorare per emarginare una persona.

Basta ignorarla per ferirla.
Basta ignorarla per non farla vivere dignitosamente .

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Diventa troppo facile e comodo indignarsi per pietismo condividendo un hashtag sui social .
Domandiamoci cosa facciamo noi per integrare chi in qualche modo risulti diverso?

Non serve a niente pubblicare un palloncino blu il 2 aprile , perché si conosce una famiglia con un caso di autismo che magari ci fa pena.

Dobbiamo imparare ad accettare ed amare la diversità .
Dobbiamo insegnarlo ai nostri figli. – A tal proposito si può anche leggere  questo ( i bambini vanno educati al rispetto della diversità e non… )-

Per questo motivo non credo esistano ricette facili e veloci, ma che si possa arrivare solo con il tempo ad una società che possa avere una migliore cultura sulla diversità.
Noi dobbiamo solo provare a condividere messaggi eticamente corretti. Meno egoistici.
Forse dovremmo iniziare a rispettare la vita altrui, di tutti gli “altrui” che incontriamo nella nostra vita. 

Proprio sabato scorso ho visto un film che affronta questo argomento.

Un film  che , fossi nel MIUR, farei vedere nelle scuole agli alunni , ai loro genitori ed agli insegnanti .
Perché diverso , non significa inferiore (come dice Temple Grandin) .

Il film tratta di un giovane con un ritardo cognitivo, che, secondo me, oggi avrebbero diagnosticato nello spettro.
Ma non è questo che ci interessa.
Qui potete leggere la trama del film “Mi chiamano Radio”
Dal quale estrapolo qualche frase significativa

“Anche se ci troviamo in una cittadina del Sud, poi, il problema di Radio non è razziale; tra i ragazzi delle squadre del liceo Hanna, infatti, ce ne sono anche parecchi di colore, perfino tra quelli che all’inizio tormentano il ragazzo con ritardo, senza motivo. 
Il problema di Anderson e della sua gente, che il coach Jones intuisce, ma non sa mai spiegare (tante volte gli viene chiesto perché fa quello che fa e le risposte tardano ad arrivare) è, come in mille luoghi al mondo, che fino al momento in cui inizia la storia la cittadina ha visto un ragazzo con ritardo andare in giro per le strade con un carrello del supermercato e lo ha ignorato; non lo ha molestato, ma non lo ha nemmeno considerato come una persona.”

“Il coach Jones, che è abituato ad affrontare le forche caudine del giudizio dei suoi concittadini dopo ogni partita, non ha ambiziosi programmi di riscatto sociale per Radio; non è un personaggio con grandi tormenti interiori, vede solo un ragazzo che ha il diritto di trovare un posto nella comunità e si lascia toccare da questa realtà oggettiva. Detto fatto: gli trova un posto in panchina e uno su un banco di scuola, spinto dalla convinzione che i suoi allievi e i suoi concittadini, in fondo brave persone, sapranno affezionarsi a lui.”

 

“l’allenatore Jones si accorge presto di aver imparato almeno quanto ha insegnato, attraverso lo sguardo grato del ragazzo che ha accolto a bordocampo.”

Impossibile direte .
Difficile,ma non impossibile , perché il film racconta una storia vera.
Che bello sarebbe, se tutti noi  ,diventassimo protagonisti di storie simili.

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